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RACCONTI
DAL MOZAMBICO
Saper ascoltare
(Luciana Triggiante)
ENTRANDO IN MOZAMBICO
Quando si arriva in Mozambico tutto cambia: le strade sono di terra battuta, le case di paglia, la gente è nera, la guida dell’auto a sinistra, gli odori e i rumori sono forti.
Ciò che però colpisce maggiormente a chi entra per la prima volta nel paese africano, è la capacità dei mozambicani di saper ascoltare, una capacità (se volete, chiamatela virtù), che noi europei non abbiamo.
Loro invece ti ascoltano sempre, in silenzio, con un’attenzione così reverenziale, che in alcune occasioni suscita nello straniero un senso d’imbarazzo o addirittura il dubbio che l’interlocutore non abbia capito completamente il tuo discorso, ma tema di offenderti chiedendo un chiarimento.
Ma quando il viaggio si ripete e pian piano ci si confronta con questo popolo, si percepisce l’importanza di quel silenzio, di quel senso di rispetto che è alla base di un apprendimento consapevole e critico allo stesso tempo.
Così in questo ennesimo viaggio in Mozambico, durante le vacanze natalizie, ho cercato anch’io di ascoltare con le orecchie e con il cuore le persone che ho incontrato e ne ho tratto i seguenti spunti di riflessione che vorrei condividere, attraverso il racconto di alcuni episodi significativi durante quelle poche settimane trascorse a Quelimane e dintorni.
MARIA GRAZIA E LE FOTOGRAFIE
In un caldo pomeriggio di fine dicembre andai a far due chiacchiere con Maria Grazia, una volontaria italiana che da anni dona il suo tempo e il suo amore al popolo mozambicano al fianco dei Padri Dehoniani, e che da alcuni mesi si occupa della nuova biblioteca, aperta dalla Onlus Progetto Mozambico, con lo scopo di contribuire alla lotta contro la diffusione dell’ AIDS attraverso la diffusione della cultura.
Nonostante il caldo tremendo, mi accolse in un piccolo ufficio senza ventilatore né aria condizionata, mentre stava catalogando nuovi libri arrivati dal Portogallo.
Mentre si ricordavano le precedenti esperienze condivise, mi cadde l’occhio su un bellissimo libro di animali, una delle tante pubblicazioni ricche di foto e didascalie, che abitualmente si trovano nei negozi di libri o biblioteche in Italia, ma che là sembrava decisamente fuori luogo e fuori tempo.
Maria Grazia, invece, mi spiegò l’infinito valore di quel libro e di quelle semplici immagini per la popolazione locale, ignara dell’esistenza di un pinguino, inconsapevole di quale colore sono le piume di un pappagallo o quante gobbe ha un cammello… .
Mi mostrò altri volumi della stessa collana: foto di alberi, mezzi di trasporto, parti del corpo umano, … . Tutte immagini per noi impresse nella mente fin da bambini, qui invece totalmente sconosciute ed un’occasione insostituibile per conoscere le bellezze del mondo.
Ascoltando Maria Grazia mi sono chiesta: quante volte ho pensato che questa gente non possa capire ciò che dico (anche se parlo in portoghese) perché non conosce le cose che per me sono ovvie.
Ed allora mi è venuto in mente che in Italia è frequente sentir dire che gli africani sono un popolo di razza inferiore ed ignorante!
Ignorante purtroppo si: che in Mozambico l’80 % della popolazione non abbia una cultura di base è innegabile; tuttavia non è una condizione per scelta.
Fino a 35 anni fa’ ai coloni tornava utile che la popolazione locale sapesse contare solo fino a 10, quanto basta per sapere quanti cocchi avevano raccolto; ora alle multinazionali fa comodo che sappiano solo leggere i comandi che impartiscono via sms od email, per portare via il maggior numero di tronchi di ebano.
Sapevate che a Quelimane è possibile comprare una ricarica per cellulare in ogni angolo della strada, ma non esiste né un’edicola né una libreria?
Continuo ad ascoltare e…..
ANNA E LA CONTABILITA’
Con me in questo viaggio è tornata in Mozambico Anna, una ragazza italiana che già nello scorso mese di Agosto aveva fatto una breve esperienza nella Casa Família. Venendo a conoscenza della necessità di un corso di contabilità, sorta nella Cooperativa in seguito alla morte di Veronica (la segretaria tragicamente scomparsa lo scorso mese di luglio in un incidente stradale), Anna ha deciso di mettere a disposizione la propria professionalità, spiegando semplici concetti di contabilità ai responsabili dei vari settori della Cooperativa.
Anna temeva che non parlando bene portoghese, i partecipanti al corso non avrebbero capito nulla o quasi.
Dopo tre giorni, invece, era molto soddisfatta dell’attenzione con cui i locali seguivano le lezioni ed i suoi ”alunni” non sapevamo come ringraziarla: perché? Perché, ascoltando, avevano appreso alcune nozioni di ragioneria indispensabili per portare avanti i progetti in modo semplice e chiaro.
Ma anche Anna aveva ascoltato: quando era stata a Quelimane la prima volta aveva percepito, dai discorsi di Fra Antonio e dei responsabili della Cooperativa, che a loro non serviva un master in economia, perché molti dei partecipanti al corso non ricordavano le tabelline e non conoscevano il valore delle cifre che stavano scrivendo.
Partendo da questi prerequisiti , ha pensato e messo in atto un piano di lavoro adatto ai referenti dei singoli settori ed il risultato è stato ottimo.
Che dire?
Ascoltate gente, ascoltate….
ABEL E L’AIDS
28 Dicembre 2009, ore 8.15: squilla il cellulare.
“Alô”
“Alô….Abelmorreu…”
Cosi mi è stata annunciata la scomparsa di un valido collaboratore, nonchè dell’attuale responsabile della Casa Família.
Abel Charles era cresciuto con Fra Antonio, aveva aiutato Rosaria (la responsabile della Mensa San Francesco di Quelimane, anche lei scomparsa nello scorso mese di Agosto) e sempre si era dimostrato disponibile ad aiutare il prossimo.
Durante il giorno lavorava nella Casa Familia e di sera continuava i suoi studi. Un ragazzo simpatico, che salutava tutti cordialmente e che nel tempo libero scriveva canzoni e le cantava. Tutto ciò mentre il male del secolo, l’AIDS, lo divorava silenziosamente.
L’ AIDS ( in Mozambico “SIDA”) lo aveva già messo al tappeto due anni fa’, quando nel mese di dicembre lo avevo trovato nella sua “palhotta”, disteso su una stuoia, senza la forza di sollevare un braccio.
Grazie ai farmaci retrovirali, ad una corretta alimentazione ed all’affetto di tante persone che lo circondavano, Abel si era ripreso, aveva ricominciato a lavorare ed era riuscito anche ad incidere un nuovo cd.
E proprio in questo cd, tra le parole delle sue canzoni, si può percepire la presenza della sua malattia e la voglia di mettere in guardia altri giovani nei confronti di questo male che in Mozambico ancora molti ritengono legato alla magia.
Apertamente Abel non ha mai parlato a nessuno dell’AIDS , ma con la musica, addolcendo il messaggio con le note, ha sostenuto a modo suo la lotta contro questa pandemia.
Ascoltando le sue canzoni si capiscono molti aspetti della vita mozambicana, il valore della famiglia, l’importanza dello studio, il desiderio dei giovani di contribuire al progresso del proprio Paese attraverso il lavoro, il rispetto degli anziani e delle tradizioni. E ciò ha più valore di quanto noi possiamo immaginare, perché in Mozambico la musica è parte integrante della vita quotidiana: per strada, in casa, ovunque c’è musica accompagnata da danze e le immancabili percussioni che scandiscono un ritmo coinvolgente.
Mi fermo e mi chiedo: ”Sarà forse il reciproco ascolto la chiave di volta per un futuro migliore e concretamente equo e solidale”?
BENDICTO E LA PIOGGIA
Era l’ultima sera a Quelimane, prima di rientrare a Maputo e poi per l’Italia.
In tre settimane non mi fu possibile salutare tutti, ma tenevo particolarmente a rivedere “Bendicto”.
Ci incontrammo nel giardino del convento e subito ci rendemmo conto che nè la distanza nè il tempo avevano scalfito la nostra empatia: mi confessò il timore che suo padre potesse essere nuovamente assalito dalla popolazione locale, così come già era accaduto l’anno precedente, perché ritenuto responsabile di “mantenere la pioggia”, ossia che non far piovere.
In Mozambico l’acqua è importantissima e quando non piove per mesi, la gente comincia a sostenere che è colpa di qualcuno. Di solito, la colpa ricade sulle donne anziane (ritenute capaci di stregonerie) o su persone ricche, che secondo la mentalità comune, detenendo beni e cibo, non desiderano che altri raggiungano il proprio livello di benessere e quindi, “non lasciano cadere la pioggia”, così gli altri muoiono di fame. Tutto questo sembra assurdo, ma è proprio così.
Il padre di Bendicto e i suoi fratelli sono persone rette, che vivono del loro lavoro: unica differenza tra loro e gli altri è che probabilmente sono previdenti ed hanno imparato a gestire le proprie risorse, accumulando cibo per i tempi di carestia.
Ma la gente del “bairro” (cioè del quartiere) non la pensava così. La gente diceva che suo padre non faceva cadere la pioggia e cosi, quando la siccità si prolungò, si rivolse al “curandero” (una specie di stregone) per fare riti mistici e (guarda caso) giungere davanti alla casa del padre di Bendicto.
Così il popolo si accanì contro il malcapitato, la sua famiglia e i suoi beni.
I figli corsero in soccorso del padre,chiamarono la polizia locale in tempo per salvare la vita al padre ma non per la cucina che fu bruciata dalle fiamme.
All’alba venne la pioggia e tutto tornò tranquillo: ma se non avesse piovuto….cosa sarebbe successo?
Ed ora che a Quelimane di nuovo non pioveva da mesi, cosa sarebbe successo al padre di Bendicto e ad altre persone ingiustamente accusate di “mantenere la pioggia”?
Ascoltare questo racconto fa venir la pelle d’oca, ma è uno degli esempi di vita mozambicana tipici, con i quali i frati ed i volontari ogni giorno devono fare i conti, mentre si impegnano a promuovere il cristianesimo, il progresso e la pace.
Potrei andare avanti per ore a raccontarvi episodi come questi, pieni di fascino, curiosità e mistero; ma spero di aver già raggiunto con queste pagine il mio obiettivo: aver riflettuto insieme sulla vita dei mozambicani, per poter poi iniziare a pensare un piano di intervento utile per aiutarli nella lotta contro la povertà, con le sue molteplici facce. Un piano d’azione che, partendo dall’ascolto attento della realtà, passi attraverso la conoscenza e l’accompagnamento nel lavoro e sfoci in un cammino di promozione umana veramente solidale.
A tutto ciò si deve aggiungere la fede, senza la quale ogni sforzo è vano: la fede quando è profonda dona forza e coraggio per condividere l’Amore di Dio sempre, nella buona e nella cattiva sorte, con tutti, poveri, neri, ammalati.
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